
Progetto azienda agricola
AGRI TRAVES s.s.

La società è nata dall'idea di quattro soci che ne sono diventati i fondatori.
L’allevamento degli
ovini in Piemonte può essere considerato in fase di evoluzione, sia qualitativamente
che quantitativamente.
A determinare tale orientamento hanno influito positivamente, tra l’altro, le
nuove e più moderne tecniche di allevamento, la formazione di greggi
di maggior consistenza, i nuovi criteri di stabulazione e di utilizzazione delle
disponibilità foraggiere, non ultime le favorevoli condizioni di mercato
per la collocazione dei tipici prodotti dell’ovinicoltura, in particolari i
caseari, e la crescente richiesta di carni ovine, oltre alla domanda da parte
dell’industria conciaria (agnelli) e dell’industria laniera.
Questi ultimi fattori non erano stati adeguatamente considerati in passato,
costringendo le industrie a rifornirsi di materie prime quasi esclusivamente
all’estero o in altre regioni italiane.
A maggior ragione in Piemonte dove l’industria tessile e laniera è notevolmente
sviluppata così come la conciaria.A questi elementi si sommano alcuni
aspetti socioeconomici che stanno trasformando la figura del pastore tradizionale
in un vero e proprio imprenditore.
Dotato di competente professionalità, perdendo forse in poesia, ma guadagnando
certo in efficacia e competenza.L’allevamento degli ovini ha avuto in passato
una valida collocazione anche in funzione delle razze allevate; le successive
trasformazioni hanno però tenuto conto, come si è visto, dei fattori
sopra indicati, consentendo così una significativa accelerazione dell’incremento
produttivo negli anni tra il 1975 ed il 1978 (da 90 mila a 103 mila capi) per
poi attestarsi nel successivo decennio in produzioni medie regionali oscillanti
a seconda delle annate dai 135 mila ai 145 mila capi, il 70 per cento dei quali
viene allevato tra le provincie di Cuneo e di Torino.
Su tutte le razze
ovine allevate in Piemonte predomina la Biellese e i suoi derivati. La razza
Biellese ha notevoli attitudini alla produzione di carne e lana.
Essa sviluppa infatti valori di trasformazione degli alimenti in carne molto
elevati ed il suo vello bianco a bioccoli conici (con filamenti lanosi lunghi
4-8 centimetri) è adatto per filati e cardati ordinari; la produzione
annua di lana sucida di un ariete è di circa quattro chilogrammi, mentre
la femmina ne produce 2-3 Kg.
Per quanto riguarda la razza Sambucana, nel corso degli ultimi anni vi è
stato un ritorno di interesse, in modo particolare nelle vallate del Cuneese.
Originaria della Valle Stura, proprio nei comuni di Sambuco (da cui prende il
nome) e Vinadio si contano gli allevamenti più numerosi.
Recentemente l’Associazione Allevatori operante nel Cuneese ha messo a punto
un piano per il miglioramento attraverso la selezione dei capi migliori. La
caratteristica produttiva di questa razza è la produzione di carne di
ottima qualità.
L’apicoltura è un tipo di allevamento particolare, in quanto viene praticata soprattutto a livello amatoriale, o a tempo parziale.
Poco meno del 2% degli apicoltori svolge tale attività come attività primaria, in circa il 32% dei casi è una attività complementare ad altre colture, per il restante 66% di allevatori l’apicoltura è un hobby o comunque un’attività marginale (20% di pensionati, per il resto impiegati, studenti, ecc.).
Ci si trova di fronte
ad un grande numero di allevatori, la maggior parte dei quali però, possiede
un esiguo numero di alveari.
Infatti soltanto poco più dell’un per cento di essi possiede più
di cento alveari, poco più del quattro per cento conduce da 50 a 100
alveari ed il restante 94,5 % cura meno di 50 alveari.
In genere i piccoli allevamenti hanno una struttura stanziale, cioè rimangono
tutto l’anno nella stessa zona di azione; mentre ciò non è possibile
per i grossi allevamenti, in quanto sebbene il raggio d’azione dell’ape sia
piuttosto esteso, e su una stessa area possano insistere parecchi alveari, è
facile raggiungere un punto di saturazione tale, per cui la produzione delle
api basta a malapena a coprire il fabbisogno interno all’alveare; a queste condizioni,
ovviamente, l’impatto cessa di essere economicamente valido.I grossi allevamenti
adottano pertanto il cosiddetto << sistema nomade >> di allevamento:
a fine primavera si iniziano gli spostamenti, che possono essere due o più
in corso d'anno.
In Piemonte gli allevamenti
più consistenti sono generalmente localizzati in zone collinari o di
pianura, dove si produce uno dei migliori mieli di robinia pseudoacacia, tanto
che alcune zone del Novarese e del Vercellese sono particolarmente appetite
da apicoltori di altre regioni che praticano il nomadismo. In montagna invece,
nonostante il notevole aumento di alveari verificatosi negli ultimi anni, gli
allevamenti sono ancora piuttosto piccoli, generalmente su scala familiare,
con produzione però di mieli assai prelibati, tipo quello di rododendro,
di erica o di castagno.
Da un recente censimento, realizzato dai veterinari delle USL regionali, risulta che in Piemonte operano attualmente circa 7300 allevatori, per un totale approssimativo di 95.000 alveari.Il miele, per l’attività apistica, è il prodotto principale, e si calcola che in Piemonte la produzione media per ogni alveare sia di 15-20 chilogrammi, con punte di 40-50 chili per alveare stanziale, mentre si registra una produzione media di 60-80 chilogrammi per alveare negli allevamenti nomadi.
Per quanto riguarda
le altre produzioni, si calcola che quasi il 50% delle aziende produca cera
(pochi chili all’anno), mentre lo 0,4% raccolga il polline, lo 0,2% commerci
gelatina reale, l’1,4% produca propoli (sostanza resinosa e vischiosa che le
api prelevano da gemme e cortecce, per rivestire e proteggere l’alveare) e soltanto
poche decine di apicoltori in Piemonte allevi api regine per la commercializzazione.
E’ inoltre interessante ricordare l’affitto degli alveari per l’impollinazione;
quest’ultima pratica, viene utilizzata soprattutto nel Cuneese per le piante
da frutto, più raramente nelle altre province.L’ape nostrana è
lApis mellifera ligustica anche detta ape italiana; è poco aggressiva
ed è ricoperta da una sottile peluria bionda: per questo motivo viene
anche chiamata ape gialla.
In Piemonte si trova
raramente questa specie allo stato puro al contrario la si trova spesso incrociata
con l’Apis mellifera nigrae (ape francese) o ape nera, cosiddetta dal
colore della peluria che la ricopre; essa è molto più aggressiva
della precedente, ed in condizioni climatico-ambientali piuttosto rigide, riesce
a sfruttare meglio dell’ape gialla la flora disponibile.I maggiori motivi di
preoccupazione per gli allevatori di api sono gli avvelenamenti da antiparassitari,
anticrittogamici e diserbanti, la varroasi e la peste americana.
Gli avvelenamenti possono essere causa di vere e proprie stragi per gli alveari.
Infatti nonostante la regolamentazione dell’uso dei prodotti chimici in agricoltura,
e i divieti espressamente istituiti dalla regione Piemonte, ogni anno si verificano
ancora casi di allevamento con conseguente falcidie di api su tutte le porzioni
di territorio inopportunamente trattate.La varroasi e le peste americana sono
due malattie parassitarie che colpiscono le api.
La varroasi è provocata da un acaro Varroa Jacobsoni oud che si riproduce
sulla covata dell’ape; una volta ultimato lo sviluppo, vive a spese delle operaie
e dei fuchi, nutrendosi di emolinfa. La malattia può diffondersi con
estrema facilitò causando danni enormi; si calcola che in Piemonte il
65% delle infezioni registrate sia di varroasi.L’agente patogeno della peste
americana è il Bacillus larvae, il quale invece si insedia nelle
larve residenti negli alveari dando origine a focolai di infezione che si trasmettono
di alveare in alveare per contagio. Altri elementi di diffusione della malattia
sono l’insufficienza di cure igieniche degli alveari e lo scarso interesse di
allevatori e veterinari.
Attualmente la diffusione della peste (7% circa dei casi) è meno consistente
della Varroa, ma in passato ha causato danni enormi all’apicoltura non soltanto
piemontese.Proprio sulle malattie delle api vertono alcune delle iniziative
messe in atto dall’Osservatorio di Apicoltura dell’Università di Torino,
sito a Reaglie, tra il verde della collina torinese. L’Istituto ha compiti di
ricerca, di miglioramento genetico e di individuazione di nuove tecniche di
allevamento e di lotta alle malattie diffusive delle api.Alcune iniziative cooperativistiche
sono sorte in campo apistico, ma con interessi indirizzati soprattutto alla
fornitura di attrezzature per la lavorazione dei prodotti, le strutture per
gli allevamenti e le attrezzature per la vendita dei prodotti stessi.