Cenni Storici:

A seguire i commentatori moderni di Plinio, le Valli di Lanzo erano comprese nelle dodici popolazioni alpine, che si sono dette sottoposte al Re Cozzio amico dei Romani.

Le Valli rimasero tali fino alla morte di Cozzio avvenuto nell’anno 66 D.C.

Nel terzo secolo, diffusasi la fede cattolica, le valli vennero comprese nella Diocesi di Torino patendo le più feroci persecuzioni sotto Diocleziano.

Caduto l’impero d’Occidente, con Teodorico Re Ostrogoto, malgrado barbaro, si godette maggiore libertà religiosa fino alla discesa nell’anno 568 dei Longobardi, condotti da Alboino il quale ingrossato il proprio esercito di barbari, saccheggiò tutte le chiese e uccise molti nobili; Urcisino Vescovo di Torino venne cacciato dalla propria sede.

Allora le Valli di Lanzo facevano parte del Ducato di Torino.

Carlo Magno, sconfitta la dominazione Longobarda, rimasto padrone d’Italia, tolse via i Duchi, distribuì ciascun Ducato in parecchie Provincie e mise a capo di ciascuna un Conte oppure un Marchese fondando così il Vassallaggio.

Morto Carlo Magno nel 814, sorsero nel 888 i due Regni della bassa e alta Borgonia.

Nel 1032 morto Rodolfo III il titolo di Re di Borgogna rimase ai Re di Germania, ma la sostanza del potere restò nelle mani dei signori laici e ecclesiastici.

Uno di questi signori fu Umberto detto Biancamano che pare fosse figlio di Adalberto figlio e socio di Berengario II Re d’Italia e Imperatore. Comunque sia Umberto fu il primo genitore della Reale Casa Savoia:già nel 1032 i suoi possedimenti erano riferiti alla Savoia, la Valle d’Aosta al di qua delle Alpi, la Moriana il Chiablese e la Tarantasia.Il conte Oldorico Manfredi aggiunse alla Contea quella di Asti, di Bredulo, di Albenga e altre col titolo di Marchese d’Italia, morì nel 1035 lasciando erede la propria figlia Adelaide che andò in sposa a Oddone figlio di Umberto nel 1044.Al contado di Torino si aggiunse il possesso dei paesi che già spettavano alla contea di Torino e tra questi Mathi, Lanzo e le sue valli.Le valli di Lanzo nel XII secolo continuarono ad appartenere al Vescovo di Torino. In queste valli, tranne Lanzo, l’autorità feudale era un puro nome; non vi era Castellania né Torri e quindi i Signori non vi risiedevano.

Nel XIII secolo il Castello di Lanzo era diviso da una consorteria di Nobili, Vassalli della Chiesa di Torino i quali nel 1219 ottennero da Jacopo Vescovo di Torino, un mercato per il martedì di ogni settimana.

Si susseguirono altre vicende fino alla disfatta degli Angioini che diede potenza alla Casa Savoia a tal punto che Tommaso III, nel 1280 circa, tolse al Monferrino il Castello di Lanzo che, in seguito alla decisione degli Stati Generali riunitisi in Giaveno, rimase sotto la dipendenza di Amedeo V, capo del ramo principale di Savoia.

Nel 1290 Amedeo V entrò nella lega contro Guglielmo di Monferrato, che fu poi preso dagli Alessandrini e tenuto in gabbia dove morì, commiserato da Dante.

 

Il Marchesato passò a Giovanni figlio di Guglielmo che nel 1296 sposò Margherita di Savoia figlia di Amedeo V

La morte colse improvvisamente il giovane marchese il mese di gennaio 1305 all’età di ventotto anni.

Ne nacque un conflitto per la successione e a Margherita di Savoia venne assegnata a titolo di usufrutto vedovile la rendita delle tre Castellate di Ciriè, Lanzo e Caselle, con diritto di governo e giurisdizione su tutto il territorio.

Margherita di Savoia, con la sua Corte, prese residenza nel Castello di Ciriè.

Margherita di Savoia muore il 6 agosto del 1340 forse di peste.

A Margherita succede Amedeo VI.

Nei quarantatré anni di governo la vedova Marchesa di Monferrato ha retto con prudenza quanto le difficoltà del momento.

Tra le cose degne di encomio è da annoverarsi lo "Statuto" ossia "la Carta delle Libertà".

Il documento, del 24 agosto 1335, è custodito gelosamente nella Archivio Storico di Ciriè. Inoltre, con decreto prefettizio del 27 settembre del 1927, al Comune di Ciriè venne fatto dono, dagli eredi D’Oria, del palazzo D'Oria, attuale sede del Comune, con annesso una ricca e rara collezione di volumi oltre ad una quadreria raffigurante i discendenti D’Oria dal XVI al XX secolo.

I privilegi che la Marchesa consentì, su consiglio d’Ugo della Rochette cavaliere, e che furono approvati da Amedeo V suo padre, erano, in quanto a diritto di proprietà, al traffico delle merci e del denaro, assai più larghi di quelli di molte città e terre di Savoia e del Piemonte.

I fiscali della Corte di Savoia sostennero che né Margherita né Amedeo V, entrambi non investiti del pieno dominio di Lanzo, avrebbero potuto concedere quelle franchezze.

Amedeo VI dichiarò che " si gloriava d’imitar l’esempio dell’Avo e della Zia, avuto riguardo a ciò: che l’umana natura produsse da principio tutti gli uomini liberi, quantunque il diritto delle genti li abbia poi fatti piegare al giogo della servitù; eppero il 13 novembre del 1331 confermò le franchezze, i privilegi e gli statuti di Lanzo". I quali statuti contengono delle buone disposizioni circa il diritto di succedere, alla disponibilità dei beni enfiteutici e feudali, alla facoltà di fare prestanze, all’arte di lavorare il Ferro, alla Carbonie, ai Dazi ecc.

Non si esclude pertanto che possa aver posto le basi per la nascita dell’arte dei chiodaioli.

A guardar bene la "Carta delle Libertà" va oltre il semplice intervento di varo di un provvedimento amministrativo commerciale; anticipa di molti secoli un sistema innovativo di sviluppo economico (industrializzazione). La creazione di infrastrutture finalizzate alla creazione di luoghi entro cui devono svolgersi ed avvenire scambi commerciali (mercato), la codifica di regole di comportamento nello scambio delle merci (codice etico), esenzione di pedaggi finalizzati a creare maggiore disponibilità finanziarie per investimenti produttivi ma in particolar modo facilitare la concessione di prestiti finanziari per sviluppare ed aprire nuove attività.

Gli ultimi a cedere sono stati i Chiodaioli.

Racconti di vita

Traves è un piccolo e ridente paese formato da 13 frazioni, La Villa, Malerba, Tiglierai, André, Bertolè, Tese, Rozzello, Campetto, Molino, Corgne, La Grangia, Luisetti e Perini.

Sorge su un’altura alle pendici orientali dell’Uja di Calcante posto ad un’altezza di 630 metri s.l.m.

Ai piedi del paese confluiscono le acque dello Stura che scende dalla Valle di Viù e dal Pian della Mussa e si incontrano a Ceres mescolandosi con il ramo che scende da Forno Alpi Graie.

Per alcuni la confluenza di queste acque ha dato origine al nome Traves per altri invece il nome Traves deriva da travi che anticamente venivano gettati tra le due sponde del fiume per attraversare.

E’ proprio alla presenza di questo fiume e alla pericolosità di queste acque che si deve l’esenzione, scritta in documento del 1416, dal servizio di guardia notturna al Castello di Lanzo degli uomini di Traves per problemi legati al guado del fiume.

Solitamente si è portati a pensare che in un paese di montagna le attività che generalmente si svolgono sono l’allevamento del bestiame, i derivati e le colture.

Contrariamente a quanto si possa pensare a Traves l’attività predominante è stata l’estrazione del ferro e la sua lavorazione.

Le miniere erano situate sotto le Lunelle e rifornivano tutti i forni della zona. Il minerale fuso veniva lavorato dagli artigiani di Traves e dei paesi vicini.

Intere comunità sono sorte intorno ad un nucleo preesistente rappresentato da forni specializzati nella fusione e lavorazione del minerale stesso.

Al XIII risale l'anno di fondazione del borgo di Pessinetto sviluppatosi intorno a un forno specializzato per la fusione dei minerali estratti.

Si realizzavano chiodi di tutte le speci e qualità e per usi diversi, alcuni erano delle vere opere d’arte.

Nel Comune di Mezzenile nella Sala Consigliare è visibile una bacheca contenente una raccolta di capolavori che i nostri chiodaioli realizzavano con le proprie mani.

Sarebbe oltremodo interessante scoprire e recuperare queste come altre attività che nel corso del secolo trascorso sono andate perdute a causa dell’industrializzazione e dello spopolamento delle nostre vallate.

 

In proposito vi è anche una nutrita collana di racconti di vita in cui vengono descritte le tipiche giornate di una famiglia dedita alla lavorazione dei chiodi.

Non ricordo di aver mai letto racconto che con tanta lucidità letterale abbia riproposto e descritto momenti di vita delle nostre genti che pensavamo aver dimenticato. Momenti che pensavamo aver dimenticato ma che tutto ad un tratto sono riaffiorati nella nostra mente per ritornare con impeto ad essere parte del nostro pensare quotidiano.

Dal libro "Le Valli di Lanzo – Bozzetti e Leggende" di Maria Savj – Lopez, trascriviamo alcuni passi dell’Autrice che così descrive la vita dei chiodaioli e delle proprie donne…..

"Appena giunta nella prima frazione di Traves entro in una fucina ove si fanno i chiodi, e vedo un’intera famiglia raccolta in un ambiente largo circa quattro metri. Qui il fuoco non è avvivato come in altre fucine della Val Grande, dall’aria che l’acqua comprime nei tubi di legno ingegnosamente disposti; ma dal soffio di un mantice che un fabbro tocca di tanto in tanto con la mano sinistra, mentre nella destra tiene il martello.

Allato a questo fabbro lavora un ragazzo, e sono meravigliata vedendo con quanta rapidità si moltiplicano i chiodi sotto le mani esperte; ma sono maggiormente stupita vedendo china verso un’incudine una giovane donna che lavora con molta disinvoltura. Par di sognare guadando quella mano femminile che stringe il martello, e battendo sul ferro rovente rende i chiodi acuminati o ne schiaccia la testa con un colpo sicuro. Nel centro della fucina il fuoco arde in mezzo ad un cumulo di pietre, e manda una luce rossa in faccia ai fabbri, ed anche sul volto gentile di colei che diremo la chiodaiuola.

E’ impossibile non essere commossi mentre si esce da quella fucina, pensando che non si poteva supporre di trovare quassù le donne che lavorano il ferro! Io ne ho vedute molte sugli erti sentieri delle montagne, con alti cumuli di legna o di fascine sulle spalle; ne ho incontrate delle altre che portavano nelle gerle sabbia o mattoni, mi sono fermata sulla via d’Ala a guardare delle giovanette bellissime, che passavano curve sotto il peso degli alti garbin pieni di carbone. Verso sera, quando in Viù le signore godono delle fresca aura montana, passeggiando sull’allegra via accanto ai bimbi festosi, e colla malia dell’eleganza femminea attraggono gli sguardi curiosi, ho visto delle povere donna pallidissime e vestite miseramente, discese forse da Lemie o da Usseglio, chine sotto i sacchi dei carboni che si poggiavano per riprendere lena al muricciuolo che per breve tratto chiude la via, ne avevano forza per andare innanzi; ma non ho mai provato accanto ad esse l’impressione profonda sentita guardando la chiodaiuola di Traves, e vedendo in una mano femminea il pesante martello dei fabbri".

L’Autrice racconta, le sofferenze della donna delle nostre valli e sembra incredula che esse possano affrontare superare non con rassegnazione ma con gioia e grazia femminea simili "fatiche".

L’Autrice ci ripensa e incanta…..

"perché mentre gli uomini alzano le nere braccia e stringono il martello fra le mani incallite, battendo il ferro con movimento assai monotono, le braccia femminee ricoperte solo fino al gomito dalle maniche rimboccate delle camice, hanno nell’alzarsi una grazia speciale; e pare spesso che le brune mani stringano invece del martello, un leggiero ventaglio, movendolo con arte civettuola.

E’ un’allegoria alla donna con una musicalità incantevole

Non dimentichiamo che, la donna in quel periodo non ricopriva ruoli di primo piano all'interno di una comunità ma a Lei venivano affidati compiti che era impensabile potesse sostenere.

Si legge ancora nell'atto costitutivo della Cooperativa di Consumo di Traves del 25 febbraio del 1917 al punto 6 della pagina n° 5 recita:

" La qualità di socio si perde per morte, per rinuncia, per esclusione; al morto succede la vedova se non ha figli maschi; se vi sono figli maschi succede il primogenito".

Si conferma il diritto di primogenitura ad esclusivo appannaggio del figlio maschio perché rappresentava la continuità.

700 anni di storia documentata non possono e devono perdersi nel nulla.

Aiutateci a parlarne e scoprire un patrimonio colturale economico proprio delle nostre valli.

Altri racconti sui chiodaioli tratti dal libro "A la mòdda dli Travinèl" – Aspetti, usi, costumi e tradizioni di Traves.

"La Lavorazione dei Chiodi"

Quasi dirimpetto alla "fusina gròsa" in località Traves Basso, esisteva una fucina di chiodaioli. Essi erano 15. Esisteva nel paese un negoziante in ferro, certo Bergagna Giovanni, il quale si occupava della zona di Traves – Pessinetto Fuori – Mezzenile – Ceres e vallata. Egli tramite corrieri, faceva trasportare di ferro a stecche ed a rotoli, lo acquistava a Torino e lo trasportava su carri trainati da muli. Una volta per settimana, il negoziante stesso si recava in città per ricevere i soldi derivatigli dalla vendita dei chiodi e per ordinare il ferro. I chiodaioli lavoravano in piedi appoggiati ad un ceppo di pietra verde detta "sèppa " o "pera mòrta".

Questa pietra è molto malleabile, si può incidere con lo scalpello e riceve il colpo in modo sordo. Alcuni chiodaioli riportavano addirittura delle deformità alle gambe, dovute alla posizione in cui dovevano continuamente lavorare, e la spalla destra era più avanzata della sinistra.

Le bacchette, lunghe ottanta centimetri, venivano riscaldate nel fuoco; esso era alimentato da carbone di legna di castagno. Questo carbone veniva ricavato su un piazzale molto largo detto "airal dla ciarboneri". In questa piazza veniva portata una grande quantità di pezzi di legna dette "stèllë". I pezzi venivano posti a catasta ed in senso incrociato per permettere all’aria di scorrervi in mezzo ed al fuoco di non soffocare. Attorno veniva scavato un canaletto per il passaggio dell’acqua piovana in caso di pioggia. I tronchi venivano ricoperti di muschio, foglie e terra pressata che veniva bucata in posti prestabiliti da un tecnico della lavorazione. Ai tronchi veniva appiccato dall’alto il fuoco lasciando che la catasta bruciasse dall’interno verso l’esterno; però era necessario che non si levassero fiamme, ma solo fumo ed il fuoco doveva essere costantemente sorvegliato, per impedire che non trasformasse la legna in cenere, ma solo in carbone. Questa lavorazione durava circa quattro giorni e doveva essere sorvegliata giorno e notte. Il carbone veniva messo in sacchi e portati in casa propria. Il fuoco della fucina veniva alimentato da un mantice di pelle. In questa officina situata vicino ad un canale, i chiodaioli si erano costruiti un mulino in miniatura, ricavato in un tronco d’albero scavato, in cui avevano sistemato una paletta di legno che faceva aria al fuoco. Il mantice veniva mosso con una corda e spesso anche con i piedi. Il ferro rovente, di color bianco incandescente, veniva tagliato al di fuori della fucina. La lunghezza variava a seconda dell’uso del chiodo; quelli usati per le porte erano lunghi 10 cm, la testa aveva il diametro di 3 cm. Quando il chiodo veniva fatto usando il ferro troppo caldo era di qualità scadente. Sulla testa, il chiodo riportava, uno per uno, in uguale numero i colpi del martello.

Al termine della lavorazione del chiodo veniva ancora assestato un leggero colpo ed egli andava a finire nel mucchio.

Il luogo in cui si tagliava il ferro era detto "tajèt" ed era formato da un robusto pezzo di ferro. La "chioera" era un pezzo trasversale poggiante sull’incudine: il ferro aveva un buco e lì veniva infilato il ferro rovente per forgiare la testa del chiodo. I chiodaioli indossavano un grembiule di fustagno per ripararsi dalle schegge roventi. Ai piedi portavano zoccoli di legno.

Le qualità dei chiodi erano le seguenti:

  1. chiodi lunghi 1 cm circa, a forma di freccia per impedire lo slittamento: essi erano utilizzati nella fabbricazione di zoccoletti per bambini;
  2. chiodi per alpinisti: lunghi circa 1 cm con le punte ripiegate ad uncinetto per potersi aggrappare alla roccia.

Esiste ancora una distinzione tra chiodo e "bròcca": il primo si infigge nel legno, il secondo nel cuoio.

Nei paesi quasi tutti si dedicavano a questo mestiere e nell’area era un continuo battere e martellare.

"E’ raro che gli abitanti di Traves espatriino, esercitandosi in generale la professione di chiodaiuolo, da cui traggono stentata ma sicura esistenza. Ogni sabato la chiodagione che ivi è stata fabbricata nella settimana, si vende sul mercato di Torino".

 

Dal libro "Vita e cultura nelle alte valli di Lanzo. Guida etnologica al Museo" di Piercarlo Jorio abbiamo tratto questo testo.

"I fondamenti del vivere".

In questo capitolo l’autore tratta delle miniere nelle nostre valli. Pur facendo risalire all’antico i primi documenti attendibili non risalgono a prima del X sec. Lo scavo di gallerie minerarie nelle valli di Lanzo.

Ci sono in merito anche citazioni alle miniere di Traves che sino al 1800 erano ancora in auge, localizzate nella zone Lunelle / Calcante.

Nel 1328 si citano le miniere di rame a Pera Cagna; nel 1335 quelle di argento alla Corna (l’escavazione del cobalto inizierà soltanto nel 1725, ad opera dei Rebuffo di traves); nel 1344 le miniere di ferro ed argento al Turrione (Trione?), a Belagarda, a Vercellina, a Rembeisa (alle falde della Levanna, miniera coltivata dal 1344 al 1664).

Noto per la lavorazione del ferro ad uso dei chiodaioli il paese di Traves presentava nelle famiglie un po’ ovunque una fucina. E all’uopo veniva utilizzato un particolare tipo di tiraggio per agevolare la lavorazione del materiale ferro.

Interessante è l’uso, nella metallurgia di alcune vallate alpine, di un tipo particolare di tiraggio forzato che, eliminando il mantice, ridusse la fatica nel trasformare e lavorare metalli quali ferro e rame.

Il dispositivo per accrescere il calore della combustione insufflando aria senza interruzione in un condotto, è più antico di quanto si possa credere, forse addirittura paleolitico (i soffiatoi a canna compaiono in Egitto fin dal 2500 a.C. insieme ai crogioli all’aria aperta ed ai mantici azionati con i piedi).

L’ingegnoso dispositivo che sfruttò la corrente d’aria prodotta dalla pressione di caduta di una colonna d’acqua (tromba d’aria o tromba a vento, "la troumbo" delle Valli Valdesi), d’invenzione italiana, (già preconizzata da Leonardo da Vinci, nella seconda metà del ‘400, diffusasi dal ‘600 in poi) in un tubo di legno verticale (tromba), su una pietra piatta posta alla base – banchina – (la colonna d’acqua cadendo sospinge l’aria che il tubo aspira continuamente da una serie di fori a fischietto "respiro" praticati nella sua parte superiore e la immette nella – bocca della canna – in direzione del braciere), usato ancora sino al 1940 nelle forge da chiodi in aree ben definite delle Valli di Lanzo (Gisola, Pessinetto, Ceres) e già impiegato per la ricottura di sfridi di ferro o di riduzione di metalli dallo stadio impuro più ancora delle forge "alla catalana" – soffio d’aria prodotto mediante mantice in pelle di capra (Traves, Viù, Mezzenile, Pugnetto) -, permise di sviluppare i rudimenti delle tecnologie insegnate un tempo da genti, forse franco-svizzere che avevano posto su un piano divino il mestiere del fabbro.

 

A Traves si sviluppò in particolare la lavorazione dei chiodi che ebbe il suo massimo splendore intorno alla metà del XIX secolo quando quasi il 100% delle famiglie residenti possedeva un fucina.

Dopo la chiusura delle miniere, il ferro veniva acquistato da negozianti per essere lavorato per la produzione del chiodo.

Il declino si è avuto dopo il primo conflitto mondiale quando molti lavoranti trovarono occupazione nelle industrie che via via si stavano insediando nelle nostre valli.

Abbiamo inteso concludere questa nostra anche se pur breve storia di vita della nostra realtà, riproducendo una intervista con reportage fotografico realizzato ad uno dei pochi ma significativi chiodaioli rimasti.