Una lezione che si chiama Cudine

Da anni i vecchi non ricordavano una stagione così dura e precoce come quell’ultimo inverno di guerra alle porte. In quellon- tano novembre ‘44.

Senza più traccia di fogliame, ingrigite di freddo e oltre i mille già innevate, le valli di Lanzo e del Canavese, teatro di battaglie eroiche e memorabili che avevano impegnato migliaia di nazi e di repubblichini nella primavera-estate, erano tornate silenziose ospiti di superstiti « bande », anche se loro restava il nome lo stile il senso di « brigate ».

Migliaia di garibaldini finiti in Francia dopo gli svallamenti di settembre-ottobre; sul marciapiede di piazza Statuto a Torino durava ancora la gran macchia di sangue lasciata dal comandante la II divisione Garibaldi, Battista Gardoncini, fucilato con otto giovani compagni; la 19° brigata « Giambone » dalla valle di Viù emigrata nel Monferrato con Mario Foieri; 1’11a « Torino », la 20a « Braccini », la 46a « Vassallo », 1’80a « Peroglio » e la 18a di Corio Canavese, decimate, riprendevano la guerriglia, perseguitate dalla fame e dal gelo, comuni a tutta la popolazione, e offese dal proclama del gen. Alexander che incitava a rallentare, rintanarsi e attendere. Ricordiamolo: «Patrioti, la campagna estiva è finita ed ha inizio la campagna invernale. Il sopravvenire della pioggia e del fango inevitabilmente significa un rallentamento del ritmo della battaglia. Quindi le istruzioni sono come segue:
1) cesserete per il momento operazioni organizzate su vasta scala;
2) conserverete le vostre munizioni e vi terrete pronti per nuovi ordini;
3) ascolterete il più possibile il programma " Italia combatte" trasmesso da questo Quartiere Generale, in modo da essere al corrente di nuovi ordini e cambiamenti di situazione... ».

Sul marciapiede di piazza Statuto era rimasta, insieme a Battista, la grande illusione, come bene commenterà il Battaglia nella sua Storia della Resistenza italiana: « ... Un proclama cosi concepito era il miglior servizio che si poteva rendere alla causa nazifascista in Italia, il più grave danno o la più grave offesa alla Resistenza italiana. Diramato nel vivo della lotta esso fu ascoltato dalla grande massa dei partigiani con una scrollata di spalle "abbiamo sempre fatto da soli e continueremo: quali armi e munizioni avete dato a noi?", anche se quelle parole dovevano necessariamente restare scolpite nell’animo, riaffacciarsi più brucianti, svanito il calore del combattimento. Non come una sorpresa, ma come l'ultimo colpo a un’illusione dura a morire dopo lo sforzo gigantesco compiuto nell’estate... ».

Nella guerriglia c’è, è vero, il tempo della battaglia e il tempo della raccolta delle castagne: ma allora ci si ridusse a mangiare castagne tra un colpo e l’altro.
E cadeva la prima neve inesorabile davanti alle baite e sui passi di giovani che avevano ,sulle spalle già tredici mesi di privazioni, di freddo, di fame, di orrori, quando non anche - i più - tre anni precedenti di guerra infame, folle, brutale e ignominiosa in Europa e in Africa.

Congelato il fronte alla « linea gotica », le truppe di Kesselring coi briganti neri potevano più agevolmente dedicarsi alla « liquidaZione dei ribelli »: puntate, colpi di mano secondo la tattica antiterroristica copiata dal movimento partigiano, rastrellamenti in grande stile con presidio alle valli, usando le truppe che il fronte alleato faceva risparmiare.
Burlando, rimasto con oltre un centinaio di uomini della sua 80 a brigata, dovette cedere il distaccamento dei carabinieri alla 46a per "tenere" la strada che collega Corio con il convalle di Coassolo appollaiato su Lanzo. Un distaccamento di punta, affidato a uomini di punta, s’installò a Cudine. Lo comandava Giambi, brigadiere dei carabinieri, che ricorda:
« Raggiungemmo la località di Cudine di Corio nella tarda sera del 16 novembre 1944. Una parte del Distaccamento, diviso in squadre, proseguì in missione per le località stabilite in precedenza, il rimanente con me e con due prigionieri tedeschi, feriti e malati, si fermò per il pernottamento nella stalla di una baita a monte della strada Lanzo-Corio.
« All’alba del mattino successivo, 17 novembre 1944, fummo accerchiati e sopraffatti da ingenti forze nazifasciste. Subito dopo la cattura, un capitano tedesco chiese chi era il comandante ed io mi presentai. Chiese ancora se vi fossero partigiani non italiani; si presentarono lo slavo, da noi conosciuto con il nome di Popovich, ed un romeno del quale non ricordo il nome. Ci legarono le mani dietro la schiena e sotto scorta ci fecero incamminare verso Corio. Gli altri, seppi in seguito, divisi in due gruppi, furono barbaramente trucidati nei pressi della strada. Erano in tutto 27. Sia dello slavo che del romeno non ebbi più notizia. Io, il mattino successivo, venni condotto da Corio a Lanzo, poi a Cuorgnè, quindi nel carcere di Torino e infine il 20 dicembre nel campo di concentramento di Bolzano, dal quale potei evadere con altri compagni verso la metà di marzo del 1945 e raggiungere il Comando della mia vecchia 80° Brigata a Levone Canavese »

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Dalla vittoria liberatrice del 25 aprile ‘45, ogni anno, nel triste anniversario noi continuammo a ricordarli cosi, come li ricordiamo, con gli anni che avevano:
Arbezzano Nicolino (anni 19), Audino Giovanni (19), Balmassa Aldo (19), Bertolone Antonio (29), Bria Berter Domenico (26), Campooelli Alberto (18), Cangio Viano Oreste (18), Cardaccia Orlando (27), Cassola Augusto (20), Cataldo Filiberto (21), Cella Giovanni (19), Ciciriello Antonio (22), Cigliutti Ottavio (20), Cominoli Giuseppe (20), Costa Mario (19), Dallò Enrico (19), Davito Moci Giacomo (32), Gallino An- tonio (21), Garighet Eugenio (17), Ierizza Giovanni (21), Luotto Giuseppe (18), Macario Ban Natale (21), Macario Ban Pietro (18), Maccarini Pietro (20), Maddaleno Angelo (20), Marietta Bersana Antonio (20), Mignini Nicola (18), Ossola Albino (20), Papa Ivo (29), Pelizza Giovanni (18), Ponchio Mario (18), Rosa Antonio (21), Simoni Giovanni (19), Tagliamacco Renato (19), Tassi Giovanni (21), Vietti Domenico (39).

E con noi quel povero cappellano settantenne della frazione sperduta, don Bertola, che nel ‘59 portammo a spalle fino al piccolo cimitero di Corio come un vecchio padre: lui che aveva raccolto con mani pietose i poveri corpi straziati, insieme a Nicola Grosa e a quell’ Azeglio-Castagnot che del suo carro da uve aveva fatto un carro funebre come nelle tragedie greche.
Ogni anno: un picchetto di giovani carabinieri, insieme ai « vecchi » di allora, saliva con noi a quella povera borgata delle prealpi, a imparare il valore vero di parole come « libertà, patria, giustizia, democrazia ».

Ogni anno, finché insieme decidemmo di fare del Cudine una lezione perenne.
Nacque cosl il « Comitato per le onoranze ai Caduti della liberazione delle Valli di Lanzo e Ceronda », animato dai vecchi partigiani delle valli e dagli ex carabinieri garibaldini, auspice prima l’indimenticabile avv. Domenico Peretti-Griva e poi Natale Rolando, comandante « Rolandino ».
Poteva un’idea cosl ambiziosa essere uri monumento?

Se ne discusse a lungo, a Lanzo come a Torino nella sede dell’Anpi: e furono « ore politiche » come ai tempi delle brigate partigiane. Un monumento, ancorché semplice e bello, sarebbe stato un ornamento superfluo fra tanto abbandono e povertà, non lezione di storia.

I figli e i nipoti di quei montanari che erano stati per noi il tetto, il fuoco, il pane, e con noi e per noi avevano vissuto e sofferto, meritavano qualcosa di più utile: un vero monumento perenne di umana solidarietà e d’affetto, una lezione e non una predica democratica. Così nacque l’idea della scuola che lanciammo come sfida a Lino. Ma un’idea, per farsi realtà di vita vuole uomini, impegno vuole, e tenacia e fatica, che soltanto chi la vita aveva gettato ogni giorno per un alto ideale poteva dare. E Rolandino ne fece un impegno di vita: vi diede letteralmente la vita; e con lui tutti i partigiani delle valli, insieme a quei carabinieri che, come nel lontano’ 44 avevano scelto la macchia e il marchio di bandito pur di salvare l’onore contro la tirannia fascista e l’invasore tedesco, ora volevano mostrare la loro continuità di scelta per l’ideale democratico.
Era l’autunno 1969. La sfida, nel corso di un’assemblea partigiana a Lanzo, divenne parola d’ordine: «Nel 1973 la scuola deve essere consegnata ai bambini del Cudine! ».
« Così la nobiltà discende per li rami », per dirla con il gran padre Dante: chi nel ‘43 aveva scelto il sacrificio per la dignità d’uomo, trent’anni dopo avrebbe dato una lezione di civiltà.
E cosl fu. All’appuntamento solenne mancava solo lui, Rolandino, che ci aveva lasciati per sempre: con l’unico tradimento della sua vita, perpetrato dalla morte.

Gli altri c’erano tutti, quanti la borgata non poteva contenerne:
il gen. Meinardi in rappresentanza del Comando della Regione nord-ovest;
il colonnello Marchisio in rappresentanza dell’ Arma dei Carabinieri;
il prof. Guido Quazza, Presidente del Circolo della Resistenza di Torino;
i rappresentanti dei partiti del C.L.N.; il labaro dell’Associazione Nazionale Caduti e Martiri della Guerra di Liberazione attorniato dai familiari dei Caduti del Cudine e delle grandi figure partigiane del Piemonte;
i labari delle Associazioni Partigiane e delle Associazioni d’Arma della provincia di Torino;
infine con i gonfaloni della provincia e città di Torino., di Alba, Aosta e Cuneo, decorati di medaglia d’oro, quelli dei comuni della provincia, piccoli e grandi centri in cui l’epopea partigiana è viva e i suoi ideali rappresentano un impegno civile attualissimo: Alpignano, Balangero, Barbania, Beinasco, Borgaro, Brandizzo, Cafasse, Caluso, Ciriè, Coassolo, Collegno, Corio, Cuorgnè, Druent, Feletto, Forno, Germagnano, Grugliasco, Lanzo, Levone, Mathi., Mezzenile, Moncalieri, Nichelino, NoIe Canavese, Pessi- netto, Pont Canavese, Rivoli, S. Benigno Canavese, S. Francesco al Campo, S. Gillio Torinese, S. Maurizio Canavese, Sauze d’Oulx, Traves, Val della Torre, Vallo, Varisella, Venaria, Vigone, Villanova.
E la maestra con i bambini i cui sguardi limpidi e gioiosi ci portammo tutti a casa. Per sempre.

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